L’AD di Unifrigo Gadus, Andrea Eminente, e il Presidente, Gianluca Eminente, con i funzionari di Regione Campania, che ha ospitato il nostro stand nei suoi spazi, insieme all’Assessora Fiorella Zabatta
L’AD di Unifrigo Gadus, Andrea Eminente, e il Presidente, Gianluca Eminente, con i funzionari di Regione Campania, che ha ospitato il nostro stand nei suoi spazi, insieme all’Assessora Fiorella Zabatta
Secondo Andrea Eminente, AD di Unifrigo Gadus
Questo testo è l’estratto di due interventi dell’Amministratore Delegato Andrea Eminente in occasione degli speech tenuti presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II (Road to Social Change, Unicredit) e Rendez-vous – La cultura di impresa: Manager a confronto con i giovani laureandi.
È ora di fare un bilancio dei principi ESG e dell’Agenda 2030: quanto di tutto questo è stato già applicato?
Questo era il progetto di medio periodo. Ma oggi, è doveroso chiederselo, è davvero la sostenibilità il criterio con cui le aziende scelgono i propri fornitori e partner?
È chiaramente una domanda retorica. La risposta è no. La risposta, ancora oggi, resta il prezzo: è sul prezzo, quasi solo esclusivamente sul prezzo, a giocarsi la partita. Lungo tutta la filiera ciò che guida i ragionamenti e le scelte commerciali – quale prodotto acquistare? Ad esempio, quale Baccalà scegliere per il proprio reparto in GDO? – è il prezzo.
I fattori ambientali e sociali, in breve, vengono oggi percepiti come “valori aggiunti” non prerequisiti: sono le logiche di costo a guidare. Tutti vogliono scegliere la sostenibilità ma sono ancora pochi a essere disposti a sostenerne il costo. E in realtà è logico perché, se il mercato non premia la sostenibilità che comporta dei costi e degli investimenti maggiori, perché ci si dovrebbe adeguare?
Quindi la sostenibilità è in crisi? Anzi: la sostenibilità è ormai divenuta inutile?
In realtà no, è esattamente il contrario. In Unifrigo Gadus, per esempio, abbiamo deciso di continuare a investire. Quest’anno abbiamo avviato una partnership con Ogyre, la prima piattaforma di fishing for litter, con l’obiettivo di raccogliere 13.000kg di rifiuti dall’oceano in 24 mesi.
E al progetto abbiamo dedicato quattro dei nostri prodotti della linea Libero Servizio: prodotti che, con un packaging pensato appositamente, rappresentano non solo la scelta giusta per motivi ambientali ma un prodotto più appetibile agli occhi dei consumatori. Eppure sono ancora pochi, oggi, a sceglierci per questo nella GDO.
Ma non è neppure questo a rispondere in modo adeguato alle esigenze di sostenibilità. La risposta, quella vera, è il Mezzogiorno.
Cosa c’entra il sud Italia con la sostenibilità?
In realtà tutto. In primo luogo perché, a fare l’esempio della filiera delle conserve ittiche, il nostro mercato oggi al sud rappresenta un presidio industriale e occupazionale strategico. Qualcosa che dovrebbe essere attenzionato particolarmente a proposito di sostenibilità sociale perché avere forti aziende radicate al sud permette di creare lavoro per i giovani lavoratori, non solo formarli al sud ma trattenerli nel Mezzogiorno per generare ricchezza sul territorio e riequilibrare gli equilibri nord-sud.
Creare lavoro qualificato, trattenere giovani talenti, offrire loro percorsi di crescita professionale senza costringerli a migrare altrove è esattamente la definizione di sostenibilità sociale.
Investire in sostenibilità sociale, oggi, significa questo: dare ai giovani la possibilità di costruire il proprio futuro dove sono nati, rendendoli parte attiva del cambiamento. È chiaro che investire nel nord Italia è più semplice: ci sono già strutture attive, basi logistiche di smistamento che abbattono tempistiche di consegna etc. Eppure, possiamo noi concentrare tutte le nostre forze e i nostri sforzi nel nord Italia senza far crescere il sud?
Il nostro ufficio centrale, ancora oggi, resta a Napoli mentre a Gricignano di Aversa, sempre in Campania, abbiamo uno dei nostri hub logistici e produttivi più importanti. È su questo che vale la pena di lavorare.
Questo vale per la sostenibilità sociale ma invece quali sono i margini e il lavoro rispetto alla sostenibilità ambientale?
Qui si apre un altro tema enorme. Perché normalmente quando si fa riferimento alla sostenibilità ambientale la si confonde con la sola materia prima – nel nostro caso, quello del mercato delle conserve ittiche, certamente qualcosa di incisivo. E certo è qualcosa che si può tutelare il più possibile ad esempio come nel nostro caso con la certificazione MSC di protezione della biodiversità marina associato al brand Marca Scudo Genova.
Ma affermare questo sarebbe riduttivo. Perché nel 2026 la sostenibilità ambientale è legata anche al packaging, il cui peso va calcolato nell’impronta ambientale complessiva di un prodotto conserviero. In alcuni casi, si arriva addirittura al 30% del costo.
Materiale, per esempio la carta come nel caso di alcuni nostri prodotti, oppure branding, colorazioni o ancora partnership per arricchire l’offerta come la nostra con il Seafood From Norway.
Lavorare sul packaging significa ridurre, quindi, il peso degli imballaggi, utilizzare materiali riciclabili, ottimizzare la logistica e ridurre le emissioni. E tutto questo per tracciare al meglio e garantire più affidabilità al consumatore. Una storia a lieto fine, si potrebbe pensare, un equilibrio nel quale guadagnano tutti. Ma invece non è vero perché anche qui emerge una contraddizione. Perché tutto questo – l’ottimizzazione della logistica, l’utilizzo di pack sostenibili – hanno un costo reale che oggi, ancora, viene dato per scontato o in ogni caso scaricato su pochi operatori della filiera.
Arriviamo a questo paradosso: i consumatori desiderano un’offerta più sostenibile, sarebbero anche disposti a sostenere un costo leggermente superiore per incentivare la sostenibilità ESG eppure gli operatori di mercato che offrono loro questi prodotti faticano a convincersi. Sono meno propensi al rischio dei consumatori.
Ma quindi non c’è soluzione? Dobbiamo abbandonare l’idea della sostenibilità come soluzione alle nostre crisi?
Dobbiamo assolutamente andare avanti. Sfruttando però uno strumento in più che oggi dobbiamo responsabilizzare: voi giovani studenti e professionisti. Siete voi che oggi vi immettete sul mercato del lavoro e avete una capacità di spesa a poter fare la differenza.
Portare visione e competenze in azienda ma anche nel carrello della spesa. I giovani, lavoratori e consumatori, sono in grado di riconoscere il valore, anche economico, delle scelte sostenibili. Bisogna spingere e fare pressione sugli operatori di mercato perché tutti gli operatori, dai produttori al rivenditore finale, si convincano della bontà di queste scelte.
La sostenibilità non è un premio, non è una moda passeggera – come invece già alcuni come me si erano convinti, prima di trovarsi smentiti – ma una responsabilità condivisa che vive di scelte quotidiane.
Le imprese, molte e virtuose come Unifrigo Gadus, oggi si prendono la propria responsabilità Ma non tutti lungo la filiera lo fanno. È ora di convincerli che essere sostenibili oltre che convenienti per il prezzo è la via giusta per la competitività di medio-lungo periodo sul mercato.



